Django Reinhardt, eroe integro e integrato. Dannati vecchi tempi, tempi in cui integrazione, esotismo, multiculturalità erano una risorsa. Tempi in cui l’Europa e il mondo applaudivano l’extracomunitario della musica. Il più geniale. Il chitarrista Django Reinhardt (1910-1953), è stato lo zingaro più famoso del Novecento.
I fiori di cellophane messi lì in onore alla patrona iniziarono a prendere fuoco. Mise in salvo sua moglie, lui si riparò sotto una coperta. La sua mano tenne stretta la coperta, troppo. Tanto che tutta la mano bruciò. Zingaro e handicappato, ci mancava pure questa, la nostra società avrebbe Django confinato ad un vitalizio, il comune gli avrebbe regalato un ascensore o un tendalino per le estati afose nella roulotte. E invece Django Reinhardt è rinato e al posto di un banjo sordo e pesante è passato alla chitarra. Un miracolo inspiegabile, la sua mano avvizzita si fece complice di un’artigianato musicale sublime: gli accordi che gli ingolfano la testa, tutta la musica, si concentra su due simulacri di dita scampate a un falò. Qui inizia la leggenda. Django a vederlo nei filmati d’epoca commuove, ma non è un frignare di pietà. E’ qualcosa che ha a che fare con un orgoglio collettivo, che esonda da categorie razziali e scemenze etniche. Lo guardi nei filmati che ciondola avanti e dietro, come un cantore di sinagoga, che guarda il pubblico con gli occhi di uno che è appena arrivato in un bordello, palpebre semichiuse fra divinazione, pathos e sonno. Quei tempi di solare, indisturbato, clamoroso successo non svanirono, anzi più Django se la tirava e più suonava. Persino in America, lui zingaro, nomade e quasi mendicante si permise di far valere il proprio cipiglio tzigano: arrivò in ritardo alla Carnegie Hall, il tempio della musica, arrivò senza chitarra, convinto che un po’ tutti avrebbero fatto a gara per regalargliene una. Ma New York non era Parigi. Poi quell’insolenza, temperata dal tempo, pian piano lo trasforma in un animale da sottobosco, rintanato in una roulotte in riva al fiume. Questa volta a dipingere. Donne nude, cosce, labbra, braccia, caviglie, particolari seduttivi. Il popolo Rom, devoto e a modo suo bigotto, non gradisce. Lui se ne infischia. Dei suoi quadri non si è saputo più nulla, qualcuno giura fossero belli come la sua musica. L’espressionismo di un popolo tutto concentrato in note o in grumi di colore, non è poi tanto importante. Se ne morì, Django, solo e malinconico, poco più di cinquant’anni fa, lasciando ai suoi eredi zingari una musica profondamente mutata, divenuta orgogliosa delle proprie radici. Oggi una schiera di impetuosi cloni recupera la musica manouche con l’abilità delle scimmie che usano il pallottoliere. Con dieci dita non riescono a fare quello che Reinhardt faceva con due. L’eredità di Django è svanita, come quel sogno di integrazione che la Francia coltivò prima dell’occupazione. Con il papillon e i baffetti, con l’occhio cinico, lo sguardo clinico, con quella mano storpia, quella brillantina: bisogna ricordare Django Reinhardt così. Eroi così oggi starebbero dentro per ricettazione. Di poesia. Francesco Màndica |